27 giugno 2008
COSA AVEVAMO DETTO, NOI?
Bossi-Calderoli: «Una quota dei rifiuti campani a tutte le Regioni» 

I ministri della Lega: «Mandato a Fitto per convocare
la conferenza Stato-Regioni sull'emergenza» 

«La misura sarà adottata per un brevissimo periodo» 

ROMA - Il governo convocherà la conferenza Stato-Regioni per verificare la disponibilità delle altre regioni a farsi carico di parte dei rifiuti della Campania. È il senso dell'accordo raggiunto in Consiglio dei ministri, secondo quanto riferito dai ministro leghisti Umberto Bossi e Roberto Calderoli al termine della riunione.
EMERGENZA - «Oggi, in Consiglio dei Ministri - riferisce una nota - si è raggiunto un accordo con il Ministro Fitto in merito all'emergenza dei rifiuti di Napoli. Gli è stato dato mandato di convocare la conferenza Stato-regioni per verificare la disponibilità di tutte le regioni di farsi carico, per un brevissimo periodo, di una quota parte dei rifiuti campani». 

11 giugno 2008
CHI PAGA PARTE SECONDA. GRAZIE BERLUSCA;GRAZIE LEGA!!
DDl Camera 1094 - Conversione in legge del decreto-legge 23 aprile 2008, n. 80, recante misure urgenti per assicurare il pubblico servizio di trasporto aereo


Articolo 1.

1. È disposta in favore di Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A., per consentirle di fare fronte a pressanti fabbisogni di liquidità, l'erogazione dell'importo di euro 300 milioni, a valere sulle disponibilità di cui alla contabilità speciale 1201 e in deroga alla procedura di cui alla legge 17 febbraio 1982, n. 46; tali disponibilità vengono ricostituite alla restituzione dell'importo erogato, maggiorate degli interessi maturati ai sensi del comma 2.  

2. La somma erogata ad Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A. ai sensi del comma 1 è rimborsata nel minore termine tra il trentesimo giorno successivo a quello della cessione o della perdita del controllo effettivo da parte del Ministero dell'economia e delle finanze, e il 31 dicembre 2008.  

2-bis. Le medesime somme sono gravate da un tasso di interesse equivalente ai tassi di riferimento adottati dalla Commissione europea e, segnatamente, fino al 30 giugno 2008, al tasso indicato nella comunicazione della Commissione europea 2007/C 319/03, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea n.  C 319 del 29 dicembre 2007, e, dal 1o luglio 2008, al tasso indicato in conformità alla comunicazione della Commissione europea 2008/C 14/02, relativa alla revisione del metodo di fissazione dei tassi di riferimento e di attualizzazione, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea n.  C 14 del 19 gennaio 2008, con una maggiorazione pari all'1 per cento.  

2-ter. Le somme di cui al comma 1 e gli interessi maturati sono utilizzati per far fronte alle perdite che comportino una diminuzione del capitale versato e delle riserve al di sotto del livello minimo legale.  

2-quater. In caso di liquidazione dell'Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A., il debito di cui al presente articolo è rimborsato solo dopo che sono stati soddisfatti tutti gli altri creditori, unitamente e proporzionalmente al capitale sociale.  

2-quinquies. All'esito della cessione o della perdita del controllo effettivo da parte del Ministero dell'economia e delle finanze di cui al comma 2, le eventuali somme e gli interessi maturati utilizzati per far fronte alle perdite ai sensi del comma 2-ter si intendono ripristinati e dovuti dalla citata compagnia aerea, che provvede al relativo rimborso con aumento di capitale almeno di pari importo.  

2-sexies. Il ripristino degli obblighi di pagamento si applica anche in ipotesi di realizzo di utili da parte di Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A.; in tale caso le somme e gli interessi maturati sono dovuti nei limiti degli utili realizzati e sono in ogni caso assoggettati alla disciplina di cui ai commi precedenti.  

2-septies. All'onere derivante dal comma 2-ter, pari a 300 milioni di euro per l'anno 2008, si fa fronte:  

a) quanto a 205 milioni di euro, mediante riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 841, della legge 27 dicembre 2006, n. 296;  

b) quanto a 85 milioni di euro, mediante riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 847, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e successive modificazioni;  

c) quanto a 10 milioni di euro, mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2008-2010, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2008, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero della solidarietà sociale.  

2-octies. L'importo di 300 milioni di euro viene versato sulla contabilità speciale 1201, utilizzata ai sensi del comma 1 per concedere l'anticipazione ad Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A. Le eventuali somme, rimborsate ai sensi del comma 2-quinquies, vengono versate all'entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnate, nella stessa proporzione e fino alla concorrenza massima dell'importo ridotto, alle autorizzazioni di spesa di cui all'articolo 1, commi 841 e 847, della legge 27 dicembre 2006, n. 296».

3. Tutti gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere da Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A. a fare data dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al termine di cui al comma 2, primo periodo, sono equiparati a quelli di cui al terzo comma, lettera d), dell'articolo 67 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, e successive modificazioni, per gli effetti previsti dalla medesima disposizione.

 


Articolo 1-bis.

 

1. Al fine di salvaguardare interessi pubblici di particolare rilevanza e in deroga a quanto disposto dall'articolo 1, comma 2, del decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 1994, n. 474, e successive modificazioni, il Consiglio dei ministri, con propria delibera, può individuare uno o più soggetti qualificati che, anche nell'interesse di Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A., promuovano in esclusiva, per conto di terzi ovvero anche in proprio, la presentazione di un'offerta, indirizzata all'azionista o alla società, finalizzata ad acquisire il controllo di Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A. entro il termine indicato nella stessa delibera.  

2. Dalla data della delibera di cui al comma 1, Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A. consente al soggetto individuato o a soggetti dallo stesso individuati quali interessati alla presentazione dell'offerta, previa assunzione di adeguati impegni di riservatezza, l'accesso ai dati e alle informazioni necessarie alla presentazione dell'offerta stessa.  

3. Nel periodo intercorrente tra l'individuazione del soggetto e la presentazione dell'offerta di cui al comma 1, le attività comunque finalizzate alla preparazione dell'offerta stessa non danno luogo ad obblighi informativi ai sensi del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.  

4. Le successive determinazioni in ordine alla cessione del controllo, alle eventuali operazioni straordinarie strumentali al perfezionamento dell'operazione, alle eventuali indennità e manleve da rilasciarsi o agli impegni da assumersi in relazione alla situazione della società, comunque senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, sono assunte con delibera del Consiglio dei ministri avendo prioritariamente riguardo alla salvaguardia degli interessi pubblici coinvolti rispetto ai termini economici e finanziari complessivi dell'offerta presentata, in deroga a quanto previsto dall'articolo 80, comma 7, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e successive modificazioni.  

5. Al fine di assicurare la continuità e l'economicità dell'azione amministrativa, gli incarichi di consulenza già conferiti dal Ministero dell'economia e delle finanze nell'ambito della procedura di privatizzazione di Alitalia - Linee aeree italiane S.p.A. possono essere estesi, senza oneri aggiuntivi, anche oltre il termine originariamente previsto.


Articolo 2.

 

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.
03 giugno 2008
BERLUSCONI,BOSSI,MARONI: CHI PAGA PER L'ALITALIA ??
British Airways e Ryanair si schierano contro il prestito ponte varato dal governo a sostegno di Alitalia, intanto perché altera la concorrenza e poi perché la compagnia italiana "difficilmente può sopravvivere". In un'intervista rilasciata all'agenzia Ansa a margine dell'assemblea annuale dell'associazione delle compagnie aeree Iata a Istanbul l'amministratore delegato di British Airways, Willie Walsh, ricorda che Alitalia "è in una situazione di difficoltà incredibile perché la compagnia non ha più forza finanziaria. Io mi chiedo semplicemente come possa sopravvivere". Mentre il direttore finanziario di Ryanair James Dempsey definisce il prestito ponte "una cosa oltraggiosa". Non si tratta di "aiuti di Stato", ma di un contributo "per favorire le privatizzazioni, strumentale a operazioni di mercato", precisa nella conferenza stampa al termine dell'Ecofin il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. "Noi abbiamo deciso l'advisor per
avere un aumento di capitale coerente con un piano industriale elaborato dal mercato, sul mercato e per il mercato", ribadisce. Secondo l'Ad di British Airways non si può pensare di rimediare a questa situazione con i finanziamenti del governo: "Penso che non sia giusto che il governo italiano dia sostegno finanziario ad Alitalia, non sono d'accordo". "Sono solo questi prestiti ad aver garantito che Alitalia fosse operativa negli ultimi 10 anni", rincara la dose Dempsey. A questo punto, secondo Walsh, dovrebbe intervenire Bruxelles per fermare il governo: "Credo che la Commissione Europea debba assumere una posizione netta e chiara. Penso che la situazione di Alitalia richieda che sia la stessa Alitalia a doverla affrontare. E non il governo italiano". La Commissione Europea "deve prendere una posizione forte per avere credibilità non solo in Europa, ma in tutto il mondo. E questo significa che le possibilità di sopravvivenza per Alitalia sono molto basse". Ryanair ha presentato anche un ricorso alla Corte di Giustizia della Commissione Ue contro il prestito ponte. Per il momento, però, su questo fronte "non ci sono state decisioni o risoluzioni. Da parte nostra - ha puntualizzato Dempsey - continuiamo a segnalare alla Commissione Ue ingiustizie di questo tipo". Walsh assicura che non c'è alcun interesse da parte di British Airways: "No, nessun progetto - ribadisce - Io so che c'erano alcune compagnie interessate, come Airfrance-Klm, ma British non ha mai avuto alcun interesse, e ancor meno adesso. Alitalia non aggiungerebbe alcun valore strategico a British Airways". Anche perché Alitalia, secondo Walsh, è rimasta indietro rispetto alle altre compagnie aeree europee: "Se si guarda a come l'industria del settore europea si è ristrutturata negli ultimi anni non sembra che Alitalia abbia attraversato lo stesso percorso. Sta attraversando un contesto molto difficile: Alitalia aveva grandi difficoltà ancora prima che il petrolio salisse oltre 100 dollari, ed ora io posso solo dire che adesso non vedo proprio come possa sopravvivere".
03 giugno 2008
GOVERNO FEDERALISTA?
Si torna a parlare di un nuovo blocco dei tributi locali. Che dovrebbe preludere al vero federalismo fiscale. Come nel 2002. Questa volta con l'aggravante dell'eliminazione dell'Ici sulla prima casa, l'unico tributo proprio che i comuni abbiano mai avuto. Il governo vuole così frenare la spesa locale. Un'intenzione comprensibile. Ma nel 2003-2006 non è andata così. E potrebbe peggiorare il rating di Regioni e comuni, mettendo in crisi quelli più indebitati.




Nel 2002, il ministro del Tesoro di allora, l'onorevole Giulio Tremonti decise di bloccare, a partire dall'anno successivo, l'autonomia dei governi locali su Irap e addizionali Irpef (ma non l'Ici).
Il blocco è rimasto fino al 2007, quando il governo di centrosinistra, nell'ambito di una revisione dei patti di stabilità interna, prese la decisione opposta, addirittura ampliando gli spazi di manovra dei comuni sull'imposta sulle persone fisiche.
Nel 2002, la decisione del ministro Tremonti sollevò non poche perplessità anche all'interno della sua maggioranza di governo. Si disse allora che il blocco preparava la strada all'introduzione di un "vero" federalismo fiscale e a riprova si introdusse un'Alta commissione sul federalismo fiscale, che nel giro di tre mesi avrebbe dovuto predisporre una proposta di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, articolo che appunto si occupa dei sistemi di finanziamento e di perequazione dei governi locali potenziati dalla riforma costituzionale del 2001. Nei fatti, l'Alta commissione ebbe vita stentata e presentò la sua proposta solo sul finire del 2005 e motu proprio, senza cioè l'avallo politico del ministro del Tesoro di allora, di nuovo l'onorevole Giulio Tremonti.

LA STORIA SI RIPETE

Nel 2008, la storia sembra ripetersi e con gli stessi protagonisti di allora. Dalle anticipazioni di stampa, il governo di centrodestra si preparerebbe di nuovo a bloccare del tutto i tributi locali, con l'aggravante che questa volta si interviene in modo definitivo, eliminandola, anche sull'Ici prima casa, l'unico "vero" tributo locale che i comuni abbiano mai avuto. E di nuovo, si afferma che l'intervento, lungi dall'essere penalizzante per i governi territoriali, prepara soltanto l'introduzione del "vero" federalismo fiscale. Se la storia è maestra, qualche dubbio è inevitabile.
L'intenzione del governo, bloccare i tributi per bloccare la crescita della spesa locale, è comprensibile. Ma si dimenticano alcuni fatti. Primo, la dinamica della spesa degli enti locali, Regioni comprese, nel periodo 2003-2006 non si è affatto ridotta. Piuttosto, è aumentato il debito, soprattutto in quelle forme, come i derivati, che consentivano agli enti locali di far cassa nell'immediato spostando l'onere del pagamento su governi futuri. Secondo, l'autonomia tributaria è parte integrante del federalismo fiscale. Piaccia o non piaccia, l'essenza del federalismo sta nel fatto che Regioni e comuni scelgano liberamente le proprie aliquote e i cittadini li giudichino su quello che fanno con i loro soldi. Un sistema di finanziamento basato solo su trasferimenti e compartecipazioni (cioè, sui soldi degli altri) è il peggio che si possa avere in termini di incentivi alla responsabilità fiscale degli enti locali. Terzo, la decisione rischia di aggravare la situazione finanziaria di molti enti locali. Le agenzie di rating, nel valutare la solvibilità di un ente locale, tengono conto della sua abilità di sollevare risorse addizionali con tributi propri, se necessario. Eliminare tale possibilità, riduce il rating e per questa via aumenta il costo del debito e mette in crisi i governi più indebitati. Quarto, ogni procedura di blocco è necessariamente iniqua, perché introduce un'asimmetria tra i governi che avevano agito sui tributi prima del blocco e quelli che si preparavano a farlo successivamente e che ora non possono più farlo

di Massimo Bordignon 02.06.2008 da www.lavoce.info



22 aprile 2008
LO SCANDALO ALITALIA: BERLUSCONI E LA LEGA NON C'ENTRANO?
Alitalia, i nomi dei colpevoli
di MASSIMO GIANNINI

ORA saranno soddisfatti. I "difensori della nazione" e i "paladini
dell'occupazione". Il Pdl che ha appena vinto le elezioni e il sindacato
che ha appena perso la faccia. Il ritiro di Air France significa la fine
dell'Alitalia e certifica la sconfitta dell'Italia.

Si compie il destino di un'azienda depauperata e depredata da decenni di
cattiva gestione finanziaria e di pervasiva "usucapione" politica. Si
chiude nel peggiore dei modi un "buco nero" costato alla collettività 15
miliardi in 15 anni, 270 euro per ogni cittadino, neonati compresi.

Solo le false anime belle, adesso, possono far finta di meravigliarsi per
la rottura decisa dai francesi. Cosa si aspettavano, dopo che una partita
strategica come Alitalia è stata giocata strumentalmente in un'ottusa
campagna elettorale, come un derby pecoreccio tra Malpensa e Fiumicino?
Cosa speravano, dopo che il futuro industriale del nostro vettore aereo è
stato consumato inopinatamente in un assurdo negoziato "peronista", come
una banale vertenza sui taxi? In questo sciagurato Paese, purtroppo,
funziona così. Ma nel resto d'Europa, evidentemente, il mercato ha ancora
le sue regole, i suoi tempi, i suoi effetti.

Ci sono nomi e cognomi, nell'elenco dei colpevoli di questo bruciante
fallimento del Sistema-Paese. Sul fronte politico, Berlusconi ha brillato
per l'insostenibile leggerezza con la quale ha maneggiato l'affare
Ali-France, e per l'insopportabile cinismo con il quale ha sventolato il
pretestuoso vessillo dell'"italianità" a fini di marketing elettorale. La
sua crociata anti-francese non ha conosciuto confini diplomatici né limiti
etici. In un vortice di annunci auto-smentiti, ha posto veti impropri. Ha
inventato cordate improbabili, a metà tra il pubblicistico e il
familistico. Ha messo in pista concorrenti immaginari, come l'Aeroflot
dell'amico Putin, che gentilmente si è prestato al gioco nella ridente
cornice sarda di Villa Certosa, dove il luogo della vacanza personale si
traveste da sede della rappresentanza istituzionale. Jean-Cyrill Spinetta
ha sopportato anche troppo le intemperanze del premier in pectore.
Piuttosto che perdere altro tempo e farsi dire no dal nuovo governo, ha
preferito giocare d'anticipo.

Sul fronte sindacale le colpe sono anche più gravi. Epifani, Bonanni e
Angeletti, e con loro la colorita galassia degli "autonomi", hanno brillato
per l'inaccettabile miopia con la quale hanno affrontato la drammatica
crisi dell'Alitalia, alla quale hanno dato da sempre il loro fattivo
contributo. Per troppi anni, dai tempi di Aquila Selvaggia, le
confederazioni e i mille cobas sparsi nei nostri cieli hanno usato la
compagnia come una zona franca, nella quale i livelli retributivi e le
quote occupazionali erano le sole "variabili indipendenti" da tutti gli
altri parametri aziendali: dall'efficienza del servizio alla produttività
del lavoro. Cgil, Cisl e Uil si sono distinte per l'intollerabile demagogia
con la quale hanno cercato fino all'ultimo di intralciare il piano
industriale dell'unico partner di livello mondiale che aveva accettato di
sporcarsi le mani nel disastro dell'Alitalia. All'insegna della più
insensata difesa corporativa. Dal cargo, da salvare nonostante abbia 5
aerei con un organico di 135 piloti e fatturi 260 milioni con una perdita
di 74 milioni. Ad Alitalia Servizi, da salvare grazie a Fintecna in
un'operazione impensabile perfino al tempo dell'Efim e degli altri
carrozzoni pubblici delle PpSs. Anche in questo caso, Spinetta non poteva
continuare con questo indecoroso tira e molla. Ha preferito anticipare i
tempi, con tanti saluti alla gloriosa Triplice.

Il governo Prodi non ha gestito al meglio questa privatizzazione. Ma
Tommaso Padoa-Schioppa ha avuto almeno il merito di aprire la "pratica",
dopo un'intera legislatura nella quale il vecchio governo della Cdl si era
ben guardato dal farlo. E di avvisare tutti una settimana prima del voto:
"Serve un segnale immediato - aveva detto all'Ecofin in Slovenia - perché
se la decisione sull'offerta Air France viene rimandata a dopo le elezioni
il commissario sarà inevitabile". Così è stato. Così sarà. Ora l'Alitalia
svola verso il baratro. In cassa ci sono soldi per un altro mese, non di
più. Il Consiglio dei ministri che si riunirà oggi può fare solo due cose:
approvare il prestito-ponte da 100 milioni, e decidere il commissariamento
della compagnia. In ogni caso, è una lezione amarissima per tutti. Per il
leader del centrodestra che ora dovrà evitare almeno il fallimento, dopo
aver dimostrato tutta la sua improvvisazione politica e il suo ritardo di
fronte alle sfide del libero mercato. E per i leader confederali, che non
sono stati capaci di cogliere "l'ultima chiamata" e hanno mostrato tutto il
loro incolmabile deficit culturale rispetto alle logiche della
globalizzazione.

In questa fiera delle irresponsabilità, ancora una volta, le due "caste"
hanno dato il peggio di sé. Sulle spalle dell'Italia, che vorrebbero
"rialzare". E sulla pelle dei lavoratori, che dovrebbero tutelare.
 

 
18 aprile 2008
LETTERA APERTA AGLI IMMIGRATI PETER COSTELLO MINISTRO DELLE FINANZE AUSTRALIANO
Non sono contrario all’ immigrazione e non ho niente contro coloro che cercano una vita migliore venendo in Australia. Tuttavia ci sono questioni che coloro che recentementesono arrivati nel nostro paese e, a quanto sembra, anche qualcuno dei nostri concittadini nati qui, devono capire. L´idea che l´Australia deve essere una comunità multi culturale è servita soltanto a dissolvere la nostra sovranità ed il sentimento di identità nazionale. Come australiani, abbiamo la nostra cultura, la nostra società, la nostra lingua ed il nostro modo di vivere. Questa cultura è nata e cresciuta durante più di due secoli di lotte, processi e vittorie da parte dei milioni di uomini e donne che hanno cercato la libertà di questo paese. Noi parliamo l´inglese, non il libanese, l´arabo, il cinese, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Perciò, se desiderate far parte della nostra società, imparate la lingua! La maggioranza degli australiani crede in Dio. Non si tratta soltanto di un affare privato di qualche cristiano fondamentalista di destra, ma vi è un dato di fatto certo ed incontrovertibile: uomini e donne cristiani hanno fondato questa nazione su principi cristiani, ed è chiaramente documentato nella nostra storia e dovrebbe essere scritto sui muri delle nostre scuole. Se il nostro Dio vi offende, allora vi consiglio di prendere in considerazione la decisione di scegliere un'altra parte del mondo per mettere su casa, perché Dio è parte della nostra cultura. Accetteremo le vostre opinioni religiose, e non vi faremo domande,però daremo per scontato che anche voi accettiate le nostre e cercherete di vivere in pace ed armonia con noi. Se la Croce vi offende, o vi molesta, o non vi piace, allora dovrete pensare seriamente di andarvene da qualche altra parte. Siamo orgogliosi della nostra cultura e non pensiamo minimamente di cambiarla, ed i problemi del vostro paese di origine non devono essere trasferiti sul nostro. Cercate di capire che potete praticare la vostra cultura, ma non dovete assolutamente obbligare gli altri a farlo. Questo è il nostro paese, la nostra terra, il nostro modo di vivere vi offriamo la possibilità di viverci al meglio. Ma se voi cominciate a lamentarvi, a piagnucolare, e non accettate la nostra bandiera, il nostro giuramento, i nostri impegni , le nostre credenze cristiane, o il nostro modo di vivere, vi dico con la massima franchezza che potete far uso di questa nostra grande libertà di cui godiamo in Australia: il diritto di andarvene. Se non siete felici qui, allora andatevene. Nessuno vi ha obbligato a venire nel nostro paese. Voi avete chiesto di vivere qui: ed allora accettate il paese che avete scelto. Se non lo fate, andatevene! Vi abbiamo accolto aprendo le porte del nostro paese; se non volete essere cittadini come tutti in questo paese, allora tornate al paese da cui siete partiti!Questo è il dovere di ogni nazione. Questo è il dovere di ogni immigrante. 

 

11 aprile 2008
ELEZIONI 2008: GILBERTO ONETO da L'OPINIONE
Ci sono ottime ragioni per andarcene al mare i giorni delle prossime elezioni politiche.Innanzitutto perché il nostro voto conta un accidente. La democrazia rappresentativa si basa sulla libera e responsabile scelta dei rappresentanti delle istanze della gente. È una istituzione tipica degli  Stati nazionali ottocenteschi, di comunità troppo numerose per esercitare forme di democrazia diretta, di paesi troppo vasti per pretendere che tutti i cittadini si radunino in un solo posto per deliberare. Oggi la tecnologia permetterebbe una partecipazione più diretta: lo si fa per certe  scempiaggini televisive ma non per cose  importanti. Con  l’attuale legge i cittadini non scelgono i propri delegati  ma avallano (se va bene) le scelte effettuate da una mezza  dozzina di ras. Devono semplicemente accettare la nomina,  neppure di gente capace ma di disciplinati alzatori di mano  (Berlusconi è stato in questo straordinariamente sincero) scelti fra famigli disciplinati e fedeli: un parlamento di
ascari e di barboncini. Siamo ai listoni fascisti. Il solo limitato vantaggio sarebbe la presenza di più listoni  invece che di uno solo, ma anche questo è vanificato dal  fatto che i listoni (con la sola eccezione dell’estrema  sinistra, pateticamente e ostinatamente fedele ai suoi  ruderi ideologici) sono espressione di partiti simili, se  non addirittura uguali.  Non c’è alcuna significativa differenza: lo dimostrano  le reciproche accuse di plagio, i programmi identici, e la straordinaria facilità con cui gli scherani passano da un  campo all’altro senza dover affrontare pentimenti ideologici o autocritiche. Sono solo bande con diversi capi, con gli stessi obiettivi (parlare di ideali è eccessivo), come le tifoserie del calcio o le bande di quartiere: si
vestono allo stesso modo (cambiano solo i colori delle sciarpe), urlano gli stessi slogan e sostengono le stesse scempiaggini. Tutti sono allo stesso modo statalisti, centralisti, mezzogiornisti e assistenzialisti. Non si trova più un liberale vero: tutti gorgheggiano cori di protezionismo, intervento dello Stato, ridistribuzione delle ricchezze, lotta all’evasione. Ci sono solo sfumature diverse dello stesso collaudato e ignobile progetto: pescare  nelle tasche di chi lavora per dare a chi bighellona, ai membri della casta e ai loro lacché. Destra e sinistra sono tonalità della stessa religione gentiliana dello Stato, che nessuno vuole alleggerire: qualche audace si propone al massimo di “decentrare”.Tutti hanno paura del libero mercato, anche il partito-azienda (e il suo padrone) che in cinque anni non ha diminuito di una sola unità lo sciame del pubblico  impiego. Non si trova un federalista vero. Tutti parlano di federalismo ma intendono altre cose:aumenti di tributi, moltiplicazione degli uffici e delle burocrazie. Anche il partito che con più rumore sventola la bandiera federalista ha smesso di crederci (sempre che lo abbia mai fatto) e si è anche lui trasformato in un sodalizio familista, indaffarato in incarichi e prebende.C’è stato nel 2001 un timido inizio di riforme ma tutti tendono a tacerne come di un peccato di gioventù.
Non si trova un autonomista. Da un bel pezzo, dai tempi di Miglio, il termine “autodeterminazione” è scomparso
dal vocabolario, anche di quello politicamente scorretto. I Comuni che vogliono cambiare provincia sono guardati (e
trattati) come pericolosi bubboni di eversione, figuriamoci chi vuole cambiare Stato, farne dei nuovi e disfarsi di
quelli vecchi e decrepiti. Tutti parlano di democrazia e di libertà: ne hanno stipato le loro sigle (anche queste
pericolosamente simili) e le hanno giulivamente infiocchettate di tricolore come regali riciclati. Sugli scaffali del supermercato della politica ci sono solo prodotti uguali e non si trovano più i sapori più originali, genuini e appetitosi. Ci sono solo partiti OGM. Siamo stati ridotti a sudditi di una congrega di intoccabili, di una cupola cui si accede solo per cooptazione, fornendo degradanti prove di fedeltà e di leccaculismo. Come nel sistema sovietico, i prosseneti di oggi saranno i capataz di domani. Si sono fatti leggi che  difendono i loro privilegi: con lo sbarramento elettorale più nessuno potrà accedere al potere senza il loro permesso. Sono la copia postmoderna dei nobili rinchiusi a Versailles, arrivati lì a fatica e bene attenti a non sgarrare per perdere il posto. Come in ogni società segreta o malavitosa, appena si infrange una regola, si viene infatti buttati fuori. Come a Versailles, il fetore del palazzo si sente a chilometri di distanza. L’articolo 48 della Costituzione dice che “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. L’articolo 54 dice però anche che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Sulla disciplina mafiosa della gang non ci sono dubbi ma l’onore è quello dei Prizzi. A questo punto il vero dovere civico è di non votare, non avallare le decisioni, il potere, i privilegi, l’arroganza della casta. Le satrapie opprimenti si distruggono con la disobbedienza civile. Se lo sciopero fiscale è per il momento impraticabile, facciamo quello elettorale:continueranno a derubarci, ma costringiamoli almeno a farlo
senza il nostro consenso. Ci svuotano il portafoglio e ci  caricano di legnate se solo tentiamo qualche resistenza:
almeno evitiamo di dire loro “avanti, prego”, e magari anche “grazie”. Non legittimiamo più questo Stato ladrone e il simulacro di democrazia dietro il quale si nasconde. Non rendiamoci complici dell’ultimo brandello di socialismo reale e di fascismo surreale d’Europa. Non  votiamo! E non cadiamo nel ricatto sibilato dai compari:“se non voti per me, vince l’altro che è peggio di me”. E chi se ne frega: sono identici. Non fa differenza che uno ci derubi con la mano destra e l’altro con la
sinistra. Scegliere chi ci deruba non è un dovere civico.È una masochistica coglionata.
21 marzo 2008
ELEZIONI NAZIONALI 2008: LA POSIZIONE DEL PNE
Anche i "fratelli veneti " del non parteciperanno al voto, ma soprattutto non sosterranno alcun partito o coalizione. Essendo presenti in Consiglio Regionale hanno potuto presentare al PDL una proposta di ottenimento di entrate IVA progressive nei 5 anni di governo. Richiesta e risposta le trovate su http://www.progettonordest.org/articolo.php?id=133 . Una sola considerazione: il giorno dopo Berlusconi dichiara di volere salvare Alitalia. Che succhia i soldi da decenni a tutti i contribuenti. E che continuerà a farlo. Non crediamo che servano altre parole.
17 marzo 2008
LA LEGA E L'ALITALIA: PERCHE' DOVREMMO PAGARE ANCORA NOI CITTADINI?
La Lega è impazzita, se qualcuno non se ne fosse accorto. Difende ALITALIA: 18.000 dipendenti nullafacenti! Basta! Non crediamo ci sia 1 di quei diciottomila che non si sia fatto raccomandare. A casa tutti: il mercato li riassobirà, verranno riassunti dalle varie compagnie che stanno già occupando gli slot a Malpensa. La LEGA dovrà rendere conto del tradimento che con i suoi boiardi di stato, direttori di rete rai, amministratori vari sta perpertando: dov'è la tutela del nord che produce e lavora? Dov'è?
11 marzo 2008
ELEZIONI NAZIONALI 2008
Progetto Lombardia, nel rispetto del documento sottoscritto con altre forze che condividono l'obiettivo della Lombardia Regione a Statuto Speciale, non si presenta alle elezioni nazionali. Altre forze che hanno sottoscritto l'impegno, invece lo fanno dando un esempio di scarsa coerenza che non depone a loro favore. La scelta di Progetto Lombardia è la stessa del movimento Progetto Nord-Est: anche gli amici veneti, il cui cammino ed esempio ci ha ispirato, non si presentano in una competizione dove non ci sarebbe alcuna possibilità di esporre le proprie ragioni. Inoltre, come successe alle elezioni 2006, quando invece il compianto Giorgio Panto schierò il suo movimento, ci sarebbe stato  il rischio di finire additati con odio dagli sconfitti. Questo, pur essendo un onore, ci avrebbe allontanato dall'obiettivo: noi siamo e vogliamo essere quelli della " Lombardia a Statuto Speciale". E questa non è una cosa nè di destra nè di sinistra. Quando la nostra presenza sarà più radicata e il nostro sogno consolidato nel comune sentire lombardo, allora sì che avra un senso portare a Roma, come hanno fatto i catalani domenica nelle elezioni spagnole, un gruppo di lombardi veri. E non sottomessi a nessun partito nazionale.

Queste è il perchè della nostra scelta coerente.
23 gennaio 2008
RACCOLTA FIRME PER LA LOMBARDIA A STATUTO SPECIALE ANCHE ON LINE
Da oggi è possibile firmare la nostra petizione all'indirizzo email: info@progettolombardia.com ; basta anche inviare la mail vuota e senza oggetto, ma ovviamente il vostri riferimenti, così come commenti e suggerimenti saranno i benvenuti!
22 maggio 2007
LOMBARDIA REGIONE A STATUTO SPECIALE anche per Beppe Grillo
I comuni veneti vogliono diventare trentini. I comuni piemontesi vogliono diventare valdostani. Per una questione di grana. E’ la nuova diaspora all’italiana. L’erba del vicino è sempre più verde e quella delle regioni autonome è verde brillante. La Lega non ci è riuscita e i cittadini iniziano a fare da soli. Una autodeterminazione incontrollata potrebbe dare vita a due nuove macro regioni nazionali. Con capitali Trento e Aosta. Pagheremo tutti, dalla Sicilia alla Lombardia, meno tasse e faremo delle belle gite in montagna.
I cittadini italiani sono, almeno in teoria, uguali di fronte alla legge e, in pratica, diversi rispetto al Fisco. Dipende dove nascono.
Le regioni autonome funzionano meglio delle altre. Fa eccezione la Sicilia, che in realtà è uno Stato autonomo. La scissione mafiosa dall’Italia l’ha fatta da tempo. Le regioni autonome sono un lusso che l’Italia non può più permettersi. Se vogliono dichiarino l’indipendenza. Nessuno in questa Nazione di cartone si opporrà. Mille trentini sono in grado di sconfiggere l’esercito.
Se Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trento sono un modello, questo modello venga applicato in tutto il Paese. Gruppi di studio dalla Puglia e dall’Emilia lo copino. Se, invece, la benzina gratis e le sovvenzioni per imprese e abitazioni, ecc, ecc, derivano dal pagare meno tasse, allora ogni regione e provincia abbia lo stesso trattamento.
In caso di tensioni con i cittadiniautonomi si può avviare l’ennesima riforma costituzionale. E consentire a tutte le regioni italiane la possibilità di cambiare Stato avviando trattative bilaterali. La Valle d’Aosta con la Francia, la Lombardia con il Canton Ticino, il Veneto con l’Austria, la Sicilia con gli Stati Uniti. Sarebbe una riforma di grande popolarità, con adesioni entusiastiche.
L’unica a lamentarsi sarebbe la contea di Montecitorioshire. Senza più contribuenti dovrebbe mandare i suoi cittadini a lavorare.